CONSIGLIO NUMERO 85 – CONSIDERAZIONI ALTERNATIVE IN CHIAVE BIOCHIMICA –

Propongo questa lettura aggiungendo alla fine dell’articolo qualche considerazione alternativa alla citata “speranza”.

Annegare topi domestici e selvatici in nome della Scienza? Era possibile negli anni ’50. E il Prof. Curt Richter, docente presso l’Università Johns Hopkins non perse l’occasione per dimostrare a quanta, sovrumana, forza un soggetto possa attingere fin quando non perde la speranza. Università Johns Hopkins: è l’ateneo che formò John Watson, ad esempio, ovvero la mente perversa dietro il famoso esperimento del piccolo Albert. Di certo tra gli inizi del secolo scorso fino agli anni ’70 quest’università era “the place to be“.

Curt Richter Curt Paul Richter (20 febbraio 1894 – 21 dicembre 1988) fu biologo, psicobiologo e genetista e viene ricordato per i suoi importanti contributi nel campo dei ritmi circadiani. Laureatosi ad Harvard, iniziò e terminò la sua carriera presso la Johns Hopkins University a Baltimora, nel Maryland (U.S.A.). Nel corso dei suoi numerosi studi fece spesso largo uso di animali (in particolare topi), che venivano messi in condizione di forte stress e preoccupazione per la propria sopravvivenza: fame, sete, privazione del sonno.

Drowning Rats: l’esperimento sul potere della speranza

Anche se ben più onorevoli e scientificamente rilevanti furono le sue scoperte del ruolo dell’ipotalamo nella regolazione dei meccanismi biologici che consentono il corretto funzionamento del corpo umano, il Prof. Richter viene oggi ricordato dai più per un esperimento tanto controverso quanto illuminante. Perché illuminante? Perché dimostrò, con metodo scientifico, il potere che la speranza (di conseguenza: la resilienza) ha sugli esseri viventi, specie quando è in gioco la sopravvivenza.

Il “materiale” per l’esperimento era semplice: 12 topi domestici, una bacinella alta e stretta, acqua

In un primo turno di esperimenti, i 12 topi vennero collocati, tutti insieme, nella bacinella, riempita per metà di acqua . Nessuna possibilità di salvarsi, nonostante i topi siano ottimi nuotatori. Il primo topo nuotò rimanendo sulla superficie. Poi, preso da curiosità, si portò sul fondo della bacinella. Lì vi rimase. Annegò in due minuti. Il secondo e il terzo non ebbero miglior fortuna. Anche loro, annegarono in pochi minuti. I restanti nove topi, tuttavia, rimasero sulla superficie nuotando per due giorni e mezzo prima di arrendersi e lasciarsi morire.

Esperimento #2.

Uguale ma con 34 topi selvatici Il topo selvatico, almeno per il senso comune, è più resiliente rispetto al topo domestico. E sulla base di questa convinzione il Prof. Richter si procurò trentaquattro topi selvatici destinati a partecipare ad un esperimento simile al primo. Posti in un ambiente ostile (la bacinella riempita di acqua) tutti e 34 i topi annegarono in pochi minuti. Tutti. Nella testa del Prof. Richter comincia a delinearsi un dubbio. Che no, non è: “Ma che esperimento del cazzo sto facendo? Se mi becca il Rettore mi taglia i fondi!“, bensì che i topi domestici, abituati alla presenza e alle cure dell’uomo in qualche modo hanno la speranza che presto o tardi verrà un umano a salvarli [Certo, come no! – N.d.A.], mentre i topi selvatici, pur essendo nuotatori migliori e più forti, abituati a sopravvivere in condizioni estreme, non avendo questa speranza si rendono immediatamente conto di non avere alcuna possibilità si lasciano morire.

Esperimento #3

Il Prof. Richter entrò, senza appuntamento, nell’ufficio del Magnifico Rettore della Johns Hopkins proponendo un’ulteriore variante dell’esperimento, ma servivano… uhm, altri topi. Il Magnifico Rettore, pur riconoscendo il talento dello scienziato aveva qualche comprensibile remora: “Curt, sinceramente, ma con tutti questi topi che ci fai?” Richter espose così il suo piano: l’ultima serie di esperimenti doveva verificare l’impatto che l’introduzione della speranza avrebbe avuto sulla perseveranza dei topi nelle bacinelle piene di acqua. L’ipotesi era più o meno che introdurre la variante della speranza nei topi selvatici avrebbe aumentato i loro tempi di sopravvivenza. “Curt, tu sei malato, hai bisogno di aiuto, davvero!” fu la prima reazione del Rettore che allo stesso tempo non vedeva l’ora di togliersi dalle palle un potenziale serial killer e staccò l’assegno con cui il professor Richter acquistò altri topi selvatici dando il via al terzo esperimento. Allestita nuovamente la bacinella e gettati nell’acqua i topi selvatici la variabile “speranza” fu introdotta in questo modo: poco prima di annegare ogni topo veniva estratto dall’acqua, asciugato, e gli veniva dato modo di riposare. Poi rimesso nella bacinella. Adesso la situazione, per il topo selvatico, non era più al 100% priva di speranza. I tempi di resistenza dei topi selvatici prima di lasciarsi morire furono paragonabili a quelli dei topi domestici. Se nell’esperimento #2 furono di pochi minuti, la “speranza” aveva consentito loro di lottare per la sopravvivenza per oltre due giorni.

Cosa ci ha insegnato questa serie di esperimenti?

I test condotti da uno scienziato in un passato non troppo remoto forse possono essere contestualizzati in modo alternativo. Lo scienziato ritenne opportuno incardinare l’esperimento sull’individuo (ratti) e la speranza. Anche solo una possibilità remota di sopravvivenza può presentare livelli più alti di perseveranza: continuerà a combattere, con tutte le forze, fino all’ultimo secondo in cui un pensiero positivo è presente nel suo cervello. Senza speranza, semplicemente, si muore.

CONCLUSIONI BIOCHIMICHE ALTERNATIVE:

Quando un essere vivente è costretto a situazioni di vita o morte, attacco o fuga innesca percorsi biochimici specifici atti alla massimizzazione delle prestazioni neuronali e metaboliche. Tale situazione acuisce tutti i sensi, azzera la percezione del dolore, aumenta il volume polmonare e lo scambio gassoso tra alveoli e sangue e sangue e tessuti, migliora equilibrio (orecchio), migliora la vista. Ritengo che i topi sfiorando il punto di morte abbiano innescato in modo tetanico questi processi di sopravvivenza. Una volta salvati avevano ogni tessuto del corpo intriso di tali ormoni (cortisolo/adrenalina), messaggeri biochimici, glucosio nel sangue, ecc. Una volta ributtati in acqua hanno sfruttato appieno gli upgrade biochimici.

LA SPERANZA NON ESISTE, ESISTE SOLO LA BIOCHIMICA.

Curiosità:

Nel Veneto (la Nazione di chi scrive) è sempre stata presente la tradizione rituale della macellazione del maiale a scopo alimentare. In ogni paesino veneto era reperibile l’addetto alla macellazione del maiale. Erano persone strane avvolte da leggende e mito. La loro più grande qualità era riuscire ad ammazzare l’animale evitando di creare un’ambiente inquietante il quale avrebbe innescato nella biochimica dell’animale il rilascio delle suddette sostanza di attacco/fuga. La carne una volta innescato tale rilascio biochimico cambiava gusto e veniva anche interpretata come sventura per la famiglia proprietaria dell’animale.

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Pubblicato da RAFFANIMAL

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